Parisi, Messina come destino: «Qui ho sbagliato, vinto, sofferto. E sono tornato»

Ci sono carriere che non seguono una linea retta, ma un cerchio. Quella di Alessandro Parisi è una di queste. Palermo, Trieste, Bari, Torino. E sempre Messina. Un legame che non si è mai spezzato e che oggi, da allenatore della prima squadra in Serie D, torna a essere centrale. Nell’intervista concessa a Francesco Pietrella per la Gazzetta dello Sport, Parisi ripercorre senza filtri tutta la sua storia, tra errori giovanili, exploit inattesi, sogni mondiali e un presente segnato da una missione chiara: salvare il Messina.

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Un ritorno che non è casuale, ma quasi inevitabile. «Califaniano» per scelta, Parisi aveva promesso che non avrebbe escluso il ritorno. E così è stato.

Parisi, i tifosi si identificano in lei.
«Vedono me e ricordano la promozione in Serie A del 2004, l’anno del settimo posto e via così. La società merita almeno la Serie C. Ho un senso di responsabilità molto forte. Nonostante sia palermitano, con Messina ho un legame speciale».

Prima di emergere quanto ha sgomitato?
«Parecchio. Colpa di un esordio da incubo coi rosanero a 19 anni: febbraio 1996, stadio Barbera, Palermo-Lucchese 2-2. Entrai a 5’ dalla fine sul 2-1, ma sbagliai il retropassaggio al portiere e subimmo il pareggio. Ci fu una gogna mediatica, fui retrocesso di nuovo in Primavera. Qualcuno disse che non avrei mai fatto il professionista».

Un episodio che segna profondamente l’inizio della sua carriera e che, come ricorda Pietrella sulla Gazzetta dello Sport, rischia di spezzarla sul nascere.

Non pensa che invece fu una sliding door positiva?
«Oggi la vedo così, ma all’epoca… zero. Sono stato tartassato dall’insicurezza. Avevo un blocco mentale. E le esperienze successive non aiutarono: tre retrocessioni di fila con Trapani, Reggiana e Palermo, dov’ero tornato dal prestito. Poi arrivò la Triestina».

Nell’estate 2000 la svolta?
«Due promozioni di fila dalla C2 alla B. “Scende Parisi sulla fascia lateral…”, cantavano. Ezio Rossi fu fondamentale per tirar fuori da quel ragazzino il suo potenziale. Nel 2001, in finale playoff, segnammo io e un ragazzino del Milan. Un bellone coi capelli lunghi: Borriello».

Il salto definitivo arriva con Messina, scelta ponderata e carica di significato.

Messina, estate 2003. Come arrivò?
«Mi cercò anche il Palermo di Zamparini, avevo un’infinita voglia di riscatto. Ero stato il miglior terzino della B l’anno prima, sarei potuto tornare nella piazza del debutto e del retropassaggio, ma perché accontentarmi? Così scelsi Messina».

Come mai?
«Due i fattori: il corteggiamento del d.s. Angelo Fabiani, il primo a crederci, e il senso di famiglia del presidente Franza, ambizioso come pochi… Alla fine, però, riportammo il Messina in Serie A dopo 39 anni. I festeggiamenti durarono settimane».

Secondo la Gazzetta dello Sport, è lì che nasce il mito.

Lì nacque il suo soprannome.
«Il Roberto Carlos dello Stretto, sì. Segnai 14 gol in B quell’anno, uno in più di Zola…».

La Serie A, la Nazionale, il sogno Mondiale sfiorato.

Quanto fu vicino al Mondiale del 2006?
«A mio avviso avrei potuto farne parte… Il mio grande rimpianto».

Poi il declino fisico, il passaggio a Bari, l’incontro con Conte e Ventura, fino allo stop più doloroso.

Ad agosto 2012 lei fu squalificato 3 anni e 6 mesi per calcioscommesse. Che periodo fu?
«Il peggiore della mia vita, tremendo… Ho pagato i miei errori oltremisura».

Una ferita che non si chiude, ma che oggi convive con una nuova consapevolezza.

L’obiettivo più vicino qual è?
«La salvezza col Messina… Ora posso solo ricambiare l’affetto tirando fuori la squadra dalla Serie D e riportandola dove merita».

Un cerchio che si chiude. O forse che si riapre, proprio da dove tutto aveva avuto senso.

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