Serie C al bivio: Gravina valuta l’addio al professionismo, Marani riflette

La Serie C continua a scivolare in una crisi strutturale che, stagione dopo stagione, ne compromette credibilità e regolarità. Penalizzazioni a raffica, società che saltano in corsa, proprietà fragili e classifiche riscritte a campionato in corso hanno trasformato la terza serie in un torneo sistematicamente alterato. Dopo i casi Rimini e Trapani, l’allarme torna a risuonare forte, confermando un copione che si ripete senza che vengano mai adottate soluzioni definitive.
In questo contesto si inserisce la mossa del presidente della FIGC, Gabriele Gravina, che mentre rilancia pubblicamente il tema delle riforme del sistema calcio, starebbe valutando un’ipotesi radicale. Secondo quanto riportato da Fanpage.it, Gravina avrebbe avanzato al presidente della Serie C, Matteo Marani, la proposta di togliere alla Lega Pro lo status di campionato professionistico, riportandola nell’alveo dilettantistico.
Un’idea che non è stata ufficializzata e resta sotto traccia, ma che – come sottolinea Fanpage.it – avrebbe un impatto dirompente sull’intero sistema. Tre gironi, format invariato e promozioni confermate, ma senza più il riconoscimento formale del professionismo: una rivoluzione che, nella visione del numero uno della FIGC, servirebbe a “raffreddare” un sistema ormai ritenuto ingestibile.
Marani, sempre secondo Fanpage.it, non avrebbe respinto l’ipotesi, limitandosi a prenderne atto e a valutarla come proposta eventualmente da sottoporre ai club. Ed è proprio qui che il progetto assume i contorni di una possibile trappola politica: la Lega Pro, già ridimensionata nel peso federale e nelle risorse economiche, rischierebbe di perdere anche l’ultimo simbolo identitario rappresentato dal professionismo. Il passo successivo potrebbe essere l’assorbimento nella Lega Nazionale Dilettanti, con un inevitabile crollo di appeal, investimenti e indotto.
Le criticità, però, non sono soltanto politiche. Come evidenziato da Fanpage.it, un simile cambio di status aprirebbe scenari giuridici complessi: oltre mille calciatori perderebbero le tutele del lavoro professionistico, numerosi contratti pluriennali finirebbero in un limbo normativo e l’Associazione Italiana Calciatori difficilmente resterebbe spettatrice passiva. Anche allenatori e altre componenti federali sarebbero chiamati a esprimersi in un’assemblea straordinaria dal finale tutt’altro che scontato.
Il paradosso è evidente: mentre si discute di retrocedere la Serie C nel dilettantismo, non si interviene in modo deciso sulle riforme strutturali più volte invocate. Stop ai ripescaggi, fideiussioni realmente proporzionate ai costi, controlli stringenti sulle proprietà e sanzioni personali ai dirigenti, invece delle penalizzazioni che falsano i campionati, restano temi irrisolti. Intanto, come rimarca ancora Fanpage.it, il torneo continua a vivere tra asterischi e segni meno, con classifiche riscritte e retrocessioni modificate in corsa.
La sensazione diffusa è che l’ipotesi dell’addio al professionismo serva più a coprire l’ennesimo fallimento gestionale che a risolvere davvero il problema. La Serie C continua a essere il laboratorio degli annunci e delle riforme promesse ma mai applicate. E la storia, ancora una volta, sembra destinata a ripetersi.
