Werner Cauet: “Messina ha una storia incredibile. Vi racconto la mia avventura”

Dal primo gol a San Siro da bambino al ritorno in Italia per inseguire il proprio sogno. Nell’intervista firmata da Oscar Maresca per la Gazzetta dello Sport, Werner Cauet – figlio dell’ex portiere dell’Inter Julio Cesar – racconta il legame con il passato nerazzurro e le ambizioni per il futuro.

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Come riporta Oscar Maresca sulla Gazzetta dello Sport, tutto comincia 19 anni fa, in un pomeriggio speciale a San Siro. Werner è in area di rigore, tra le braccia del padre, con la maglia nerazzurra numero 10 sulle spalle. Segna e la curva esulta. «Ogni tanto riguardo quel video su Youtube, è un ricordo dolcissimo. Mi emoziono ancora. L’Inter conquistava il 15° scudetto, io avevo 5 anni e non vedevo l’ora di festeggiare insieme a mio padre».

Oggi Werner è un terzino sinistro classe 2002 e ha appena firmato con il Messina in Serie D. «Sono tornato dopo 10 anni. Questo Paese ha cambiato la vita della mia famiglia. Qui mio padre Julio è diventato un campione, adesso tocca a me».

Nell’intervista alla Gazzetta dello Sport, Oscar Maresca ripercorre la scelta di non seguire le orme paterne tra i pali. «Preferisco giocare in difesa, ho visto papà soffrire troppo tra i pali». E ancora: «Da piccolo anche io sono finito tra i pali, ma ho sempre voluto stare in mezzo al campo: correre, dribblare, tirare. Sono un terzino sinistro, ho giocato pure esterno alto e a volte trequartista. Ho più qualità di mio padre con il pallone tra i piedi (ride, ndr)».

Cresciuto alla Pinetina, a stretto contatto con i campioni dell’Inter del Triplete, Werner conserva ricordi vividi. Come racconta Oscar Maresca sulla Gazzetta dello Sport, il giovane difensore rivela: «Da piccolo ero tutti i giorni alla Pinetina. Dopo ogni allenamento prendevo il pallone e calciavo in porta. All’inizio papà mi lasciava fare gol, quando sono cresciuto ha iniziato a tuffarsi e parare. Riuscire a superarlo era quasi impossibile. Da vicino, Ibra sembrava un gigante, Sneijder faceva il tifo per me. Mourinho passava a darmi il cinque».

La collezione di maglie è da campione: «Sì, tutte autografate. Dalla 10 di Messi al Barcellona allo storico 7 di Cristiano Ronaldo al Real Madrid, pure quella di Neymar con il Brasile. Quella a cui sono più affezionato però è la divisa giallorossa di Totti».

Il ricordo più intenso resta la finale di Champions del 2010. Nell’intervista di Oscar Maresca per la Gazzetta dello Sport, Werner racconta: «Papà aveva prenotato un volo privato con 80 persone arrivate dal Brasile per seguire la partita al Santiago Bernabeu. Era sicuro che avrebbero vinto. Subito dopo la festa in campo, siamo corsi in aeroporto. Per non farsi riconoscere indossò una maschera. Era molto buffo. Tornammo tutti a Milano, i festeggiamenti durarono giorni. Sono stati senza dubbio i momenti più belli della mia vita».

Non solo gioie. «Ricordo le lacrime a dirotto, pure quelle dei tifosi presenti allo stadio. Fu una scelta sofferta. Anche i campioni vivono momenti difficili». E ancora, sul periodo complicato al QPR: «Nel 2013, dopo la prima stagione al Qpr, fu escluso dal club e non giocava mai. Il miglior portiere al mondo costretto a restare in tribuna. Soffriva, perché a un anno dal Mondiale aveva perso fiducia e continuità. Ci trasferimmo a Toronto e iniziammo ad allenarci al parco, soltanto io e lui. Io calciavo, papà si tuffava. Avevo 11 anni. Si affidò a me. Alla fine giocò da titolare il Mondiale del 2014 con Scolari. Peccato per quel 7-1 in semifinale contro la Germania».

Adesso tocca a lui scrivere la propria storia. «Finora non avevo mai giocato qui. Ho fatto tante esperienze in giro per il mondo: Portogallo, Spagna nelle giovanili del Rayo Vallecano, in Brasile con il Barra. Sono tornato per continuare il viaggio di papà. Per me è come aver avverato un sogno».

Sulla scelta del Messina: «Conoscevo il vice presidente Morris Pagniello, ci siamo incrociati durante l’avventura in Spagna. Mi ha parlato del progetto della nuova proprietà e dell’obiettivo salvezza da raggiungere nel girone I di Serie D. Questo club ha una storia eccezionale, papà Julio ci ha giocato spesso da avversario negli anni in Serie A».

L’insegnamento più grande? «Il rispetto, per tutti: compagni, allenatore, dirigenti, avversari. Mi ha sempre ripetuto: “Dimentica il cognome che hai, chi ti sta accanto deve apprezzarti per ciò che sei”».

I modelli non mancano: «Non uno, ben quattro: Neymar, un campione e una persona straordinaria. Marcelo, un fenomeno. Poi Thiago Silva e David Luiz: gli esempi perfetti per un difensore come me». E alla domanda sull’idolo non ha dubbi: «Mio padre».

Il sogno è chiaro: «Per il momento sono concentrato sul Messina. Voglio dimostrare di essere pronto e aiutare la squadra. Un giorno mi piacerebbe arrivare in Serie A, chissà». Magari tornando a San Siro: «Papà Julio sarebbe felicissimo, io pure».

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